La mia prima volta allo stadio Olimpico. Enorme, immenso: una fiumana di gente, il nord di Roma bloccato e mezz’ora di cammino attorno allo stadio solo per raggiungere il Gate d’ingresso. Per me è incredibile vivere tutto questo per un concerto, ancora di più se penso che sto andando a sentire i Pinguini Tattici Nucleari e che solo pochi anni fa mi inerpicavo sulla Roncola per un concertino alla sagra della Taragna.

Non voglio scadere qui nella retorica del “ero fan quando non li conosceva nessuno” – è da anni che li seguiamo e raccontiamo la loro ascesa tappa dopo tappa. Ma come posso tralasciare lo strizzone allo stomaco che mi prende appena raggiungo la tribuna stampa e vedo da lassù quel palco immenso e tuuutta quella gente?!

La prima metà del concerto la passo così, con la bocca spalancata, a prendermi a pizzicotti, a ripetermi che sta succedendo davvero, che sono proprio loro, è un concerto vero e non un film.
E poi, inaspettato, un calore mi avvolge come una coperta soffice e mi entra nel cuore: è l’accento della mia infanzia che sale dagli spalti e mi fa sentire a casa. Nell’Olimpico rimbomba un’eco bergamasca e l’intero stadio canta “Bergamo” – proprio qui dove le tifoserie della Roma e dell’Atalanta solitamente si odiano e si insultano – e guardo fiera i miei compaesani che hanno conquistato Roma con la loro semplice genialità, con quello spirito buono e genuino di chi è nato dalle mie parti.

È uno spettacolo incredibile e ho una visuale perfetta, ma soffro un pochino a vedere tutto da sù, seduta al fresco e comoda come al cinema. Vorrei starmene sottopalco, a saltare e pogare come una volta.
Per fortuna replicano la sera dopo e decido di tornare, stavolta sul prato, con 40 gradi di temperatura e le lingue di fuoco della scenografia a un palmo di naso, a sudare immersa tra la gente per sentirmi di nuovo e ancora di più abbracciata da quelle canzoni che sanno di casa mia.


di Maria Laura Fiorentini

[foto credits: Roberto Panucci]